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PAQUIPEDIA – Vidigal, un portoghese napoletano

José Vidigal © Getty Images

“È difficile da spiegare. Ve l’assicuro. Potete sforzarvi quanto vi pare, ma sarà sempre molto complicato. Pur ricorrendo al mio vocabolario, quello d’origine, molto più ricco di quel dizionario italiano che stavo imparando giorno dopo giorno. Spiegare cosa rappresenti Napoli per un calciatore è quanto di più difficile possa esistere.
Non è questione di storia: quando qui giocavano gli dei, avevo poco più di 10 anni. Le gesta del Pibe de Oro facevano il giro del mondo, figurati se in Portogallo non si veniva a sapere una storia del genere. In quegli anni cominciavo a comprendere cosa fosse un fuorigioco, la diagonale difensiva, i movimenti senza palla. E guardando Diego alla tv e i miei idoli portoghesi in campo, maturavo la certezza di voler diventare un centrocampista. La metà campo come l’arena per un gladiatore, un takle per recuperare una palla vagante, ma pure per strappare l’applauso di un pubblico che avrebbe urlato «Vai José, non mollare». E io non lo feci, chiuso dentro una palestra a sollevare pesi mentre il mio corpo diventava massiccio. Assomigliavo sempre più a un gladiatore e sempre meno a un calciatore dai piedi raffinati, come Maradona che, intanto, sollevava al cielo la Coppa Uefa, la Coppa Italia e quel trofeo, la Coppa del Mondo, che qualsiasi calciatore sogna. Lui poteva tutto, io potevo e volevo diventare un calciatore professionista. Uno di quelli che, un giorno, avrebbe raccontato ai nipoti di aver giocato nei campionati più prestigiosi e aver vinto coppe, scudetti e chissà quale altro trofeo. Realizzando pochi gol, forse, ma recuperando quei palloni che qualcun altro avrebbe trasformato in reti, cui far seguire roboanti esultanze dello stadio.
Napoli, dicevo. Palcoscenico, intanto, ingiallitosi, tuttavia rimaneva una bella prospettiva giocare in quella squadra che parlava di traguardi europei e di trattative per ingaggiare calciatori che la rilanciassero. Fu fatto anche il mio nome, in un pomeriggio estivo, di oltre 15 anni fa. Io, José Luís Vidigal, quel calciatore portoghese che portava addosso i colori di una terra lontana.
Un “Nero Napoletano” è quel che diventai. Proprio come la celebre canzone. Uno che, concentrandosi, oltre il panorama di Posillipo immaginava gli altopiani dell’Angola rincorrendo a metà campo gli avversari. Gazzella pronta a trasformarsi in leone per recuperare la palla e mettere in moto un’azione affidata ai miei compagni. Quelli coi piedi buoni e pazienza se non c’era il Pibe a farci sognare. Si giocava con la stessa grinta e con la stessa passione, fregandosene se la realtà ci voleva in serie B a tentare una rincorsa verso sogni ormai sbiaditi.
Era, ed è tuttora, questione di alchimia che si crea con questa città. Divenuta la mia città per quattro anni, fino a quando non decisi di seguire il mio destino di calciatore professionista, che deve preoccuparsi del rettangolo di gioco, lasciando il giusto peso, o poco meno, a quel che c’era intorno.
Ma Napoli è un’eccezione. Qualcosa che ti resta dentro e quando ci ritorni tanti anni dopo, coi capelli brizzolati e gli abiti civili, capisci che il tempo qui si ferma. Un anno, un giorno, novanta minuti appena. Il tempo necessario per farti ricordare ogni singolo istante che hai vissuto qui. Difficile spiegarlo, ve l’assicuro”.

 

 

A cura di Paquito Catanzaro (Twitter: @Pizzaballa81)

 

 

 

 

 

 

 

Published by
Gennaro Arpaia