Luci, cori, un vantaggio insperato: sembrava la notte giusta per cambiare tutto. Invece no. La Champions League ha riportato Antonio Conte al punto di partenza,
Il primo giro con la nuova formula del girone unico non ha portato scosse. Il Napoli è fuori, senza neppure agguantare i playoff come le altre tre italiane. Un’uscita che pesa due volte, perché sul petto c’è il tricolore e perché la coppa più prestigiosa continua a essere un terreno scivoloso per l’allenatore salentino.
Qui la cronaca è secca: sconfitta iniziale con il Manchester City, pareggi interni contro l’Eintracht Francoforte e, soprattutto, a Copenaghen dopo essere stati in vantaggio e in superiorità numerica. La migliore prova è arrivata ieri a Londra contro il Chelsea, ma con una rosa accorciata dagli infortuni e con una montagna già alta da scalare.
Le vittorie non sono mancate, ma non hanno spostato l’inerzia. Successi contro lo Sporting Lisbona – che oggi vale di più, visto il pass diretto agli ottavi dei portoghesi – e contro il Qarabag. Poi il crollo che cambia la percezione: 2-6 contro il PSV Eindhoven, una sconfitta che lascia segni, e lo stop con il Benfica. In una competizione che premia ritmo, panchina lunga e gestione dei dettagli, il Napoli ha pagato ogni sbavatura.
Il punto, però, arriva a metà di questa storia. Sette partecipazioni da allenatore alla Champions e un solo quarto di finale, al primo tentativo nel 2012/13 con la Juventus. Da allora, troppe uscite nei gironi o agli ottavi: con il Chelsea 2017/18 stop agli ottavi; con l’Inter doppia eliminazione ai gironi; con il Tottenham 2022/23 fine del percorso agli ottavi.
Il dato più severo è un “record al contrario”: negli ultimi 25 anni, soltanto due volte la squadra campione d’Italia in carica è uscita nella prima fase. Una è la Juve 2013/14, allenata proprio da Conte. L’altra è questo Napoli.
Qui non c’è bisogno di etichette psicologiche. C’è un’evidenza tattica e gestionale: il doppio impegno settimanale, con la nuova formula che moltiplica intensità e viaggi, alza la soglia di tolleranza all’errore. Se aggiungi infortuni in serie – nessun club ne è immune, ma il timing conta – l’equilibrio salta. E quando salta in Europa, la caduta è rumorosa.
Restano il campionato e la Coppa Italia. L’obiettivo realistico, per stessa ammissione del tecnico, è blindare il quarto posto. Nel medio periodo, ridurre la distanza dall’Inter e dall’idea di vetta. Nel breve, quarto di finale con il Como e un bisogno semplice: rimettere in riga i fondamentali. Pressing coordinato, scelte pulite negli ultimi 30 metri, gestione emotiva nei momenti chiave. Non è scienza dei missili. È routine trasformata in abitudine.