Una ricostruzione riaccende il dibattito sul rapporto tra club e arbitri. E dietro le designazioni si intravede un equilibrio che fa discutere.
Quando una stagione entra nella sua fase più delicata, ogni dettaglio pesa. Non solo i gol, non solo i punti in classifica. A fare rumore sono soprattutto le sensazioni. Quelle che restano addosso anche il giorno dopo una partita. Quelle che si accumulano settimana dopo settimana. E nel clima sempre più teso del calcio italiano, il tema del caos arbitrale è tornato prepotentemente al centro della scena.
Da settimane si parla di uniformità di giudizio, di criteri, di equilibrio. Ma la domanda vera resta sempre la stessa: esiste davvero lo stesso metro per tutti? Oppure il peso specifico delle società incide più di quanto si voglia ammettere? È su questo punto che si inserisce la lettura di Carlo Alvino, giornalista di CRC, che ha provato a mettere in fila dati e tempistiche per spiegare una sensazione ormai diffusa: una disparità di trattamento tra Inter e Napoli.
Il momento chiave, secondo la ricostruzione, risale alla scorsa stagione. Il caso Inter-Roma, con l’episodio legato a Bisseck, scatena polemiche fortissime riprese di recente anche da Marotta, in maniera parecchio strumentale. Le dichiarazioni pubbliche aumentano la pressione. Da quel momento qualcosa cambia nella gestione delle designazioni arbitrali.
Il segnale più evidente arriva il 27 aprile 2025. Michael Fabbri, uno degli arbitri più esperti del campionato, esce dall’orbita delle partite dell’Inter per un periodo lunghissimo. Non qualche turno di pausa fisiologica. Parliamo di un’assenza che copre 26 giornate di campionato. Solo mesi dopo torna a dirigere i nerazzurri, con un incrocio programmato contro il Genoa.
Nel frattempo, si registra una sola presenza al VAR in Cremonese-Inter. Un dato che, nella lettura proposta da Alvino, racconta una gestione molto attenta delle tensioni. Quando il livello dello scontro sale, il sistema tende a evitare nuovi incroci potenzialmente esplosivi.
Il confronto con il Napoli diventa inevitabile. Qui il quadro appare differente. Nonostante episodi contestati e errori arbitrali discussi pubblicamente, diversi direttori di gara continuano a essere designati con regolarità nelle partite degli azzurri. Nomi come Di Paolo, Marini, Colombo, Di Bello, Chiffi, Doveri, Aureliano, Gariglio tornano con continuità sia in campo sia al VAR.
Il punto non è stabilire chi abbia ragione o torto nei singoli episodi. L’errore fa parte del calcio. Il nodo, secondo Alvino, riguarda il criterio con cui vengono gestite le conseguenze. Se esistono valutazioni di opportunità per evitare tensioni ambientali, dovrebbero valere per tutti allo stesso modo. Quando invece sembrano attivarsi solo in alcuni casi, la percezione cambia.
Ed è qui che il discorso si allarga. Perché il tema non riguarda solo Inter o Napoli, ma la credibilità complessiva dell’AIA e del sistema arbitrale italiano. Senza criteri chiari e comunicati, ogni designazione rischia di trasformarsi in un caso. Ogni partita porta con sé sospetti e tensioni. E nel calcio italiano, dove il peso mediatico è enorme, la percezione conta quasi quanto i fatti.
Negli ultimi mesi diverse società hanno chiesto maggiore trasparenza. Il Napoli, in particolare, ha sollevato più volte il tema dell’uniformità di giudizio e della necessità di regole condivise. L’Inter, dal canto suo, difende il diritto a far sentire la propria voce dopo episodi ritenuti penalizzanti.