Un murale accende Napoli e riapre vecchie ferite. Non è solo arte: è memoria, scelte e qualcosa che ancora brucia.
Il murale di Jorit è stato appena inaugurato all’esterno del Maradona e già ha spaccato l’ambiente. Undici volti scelti, una formazione ideale che prova a raccontare la storia del Napoli, ma anche una selezione che inevitabilmente lascia fuori qualcuno. E a Napoli, quando si parla di memoria, le esclusioni pesano sempre.
Nel calcio vale una regola semplice: le scelte dividono sempre. E questo murale non fa eccezione. L’idea di fondo è chiara, costruire una top 11 trasversale alle epoche, unendo Maradona e il Napoli moderno dentro lo stesso racconto visivo. Nella formazione ideale disegnata da Jorit nel suo murale ci sono Zoff, Bruscolotti, Krol, Koulibaly e Ghoulam, Iuliano e Hamsik e Cavani, Maradona, Careca e Mertens.
Ma il punto non è chi c’è, è chi manca. La versione ufficiale parla di un sondaggio tra tifosi, utilizzato per orientare la selezione dei giocatori. Jorit ha poi tradotto quel risultato in immagine, mantenendo il suo stile riconoscibile e dando forma a una memoria collettiva che nasce dal basso. Un’operazione che prova a tenere insieme partecipazione popolare e interpretazione artistica.
Tra i grandi esclusi c’è Ciro Ferrara fuori. Un nome che a Napoli non ha bisogno di presentazioni. Difensore cresciuto in azzurro, protagonista di un’epoca precisa, legato alla città in modo diretto. Eppure non presente in quella che dovrebbe essere la fotografia storica del club.
Ferrara non ha usato mezzi termini. Parole molto chiare, affidate ai social, senza cercare scorciatoie: “Mentirei se dicessi che non mi è dispiaciuto non essere stato inserito tra gli Undici ideali, anche perché sono un figlio di Napoli e sono il napoletano più vincente nella storia del Napoli”.
Il passaggio successivo è ancora più diretto. Nessun giro di parole: “Mentirei anche se fingessi di non conoscerne il motivo reale, nonostante le supercazzole che sono state accampate”. Qui il discorso cambia tono. Non è solo una questione di scelta tecnica, ma di percezione e racconto.
Ferrara va oltre e prova a leggere il contesto. Risentimento ancora vivo, legato al suo trasferimento alla Juventus, che secondo lui continua a influenzare il giudizio di una parte della tifoseria. “Se la scelta di non rappresentarmi deriva, come credo, da un risentimento dei tifosi, mi consola il fatto che la parola ‘risentimento’ abbia origine dalla parola ‘sentimento’, pur ferito”.
Non si ferma qui. Attacco anche generazionale, rivolto a chi ha realizzato l’opera: “Rimane un murale figlio del suo tempo e della mano del signor Ciro Cerullo nato nel 1990, troppo giovane per avere vissuto e compreso quegli anni”. Una critica precisa, che mette in discussione il modo in cui quella storia è stata filtrata.
Alla fine il murale resta lì, immobile, ma la discussione si muove. Non riguarda solo un nome escluso, ma il modo in cui Napoli decide di raccontarsi. Perché ogni fotografia storica è anche una scelta di campo, e questa, volente o nolente, ha già acceso un dibattito che difficilmente si spegnerà presto.