Una notte che scotta al Maradona: il Napoli esce ai rigori, Conte esce di scena a modo suo. Teso, diretto, senza filtri. Il post-partita diventa un’arena, e da lì parte una miccia destinata a far discutere ben oltre i 90 minuti.
Succede tutto dopo un quarto di finale di Coppa Italia che il Napoli perde ai calci di rigore contro il Como. Stadio pieno, nervi scoperti, una stagione segnata da assenze e rimpianti.

Il quadro emotivo è chiaro già a bordocampo: Antonio Conte tiene il punto, respinge l’idea di una rimonta scudetto e chiama tutti a maggiore realismo. “Non scherziamo”, ribadisce. L’Inter corre, il calendario non aspetta nessuno, e l’allenatore azzurro invita la piazza a misurare le parole.
In sala stampa, l’aria cambia. Conte è tagliente sulla questione arbitri e VAR: niente alibi, ma un giudizio netto su una gestione che, a suo dire, non convince nessuno. Poi prende la mira su un bersaglio opposto: le aspettative. Cita la fatica della squadra, riconosce i limiti della rosa in emergenza e difende i suoi.
Ricorda che, in due anni, “sono arrivati scudetto e Supercoppa”. E qui, esce la scena che fa il giro del web: le dita alzate, il “due” e lo “zero”, il parallelo con Mourinho e il celebre “zero titoli” del 2009. Un riferimento forte, uno spartiacque comunicativo. Non è solo provocazione: è una cornice per dire chi ha vinto, chi no, chi può parlare.
Il gesto diventa subito virale. C’è chi lo legge come orgoglio, chi come un messaggio alla concorrenza, chi come schermaglia strategica per stringere il gruppo. La verità, come spesso accade, sta anche nella pancia del pubblico: i tifosi vogliono spiegazioni, ma riconoscono la lotta.
Ambizioni, infortuni e realtà
Conte insiste su un punto: gli infortuni. Cita esempi gravi nel calcio europeo per rendere l’idea di quanto sia imprevedibile il quadro fisico. Non tutti i casi menzionati riguardano il Napoli; su alcuni dettagli non ci sono note ufficiali del club, e lui stesso lo ammette con un’immagine semplice: “Dovremmo andare al santuario”.
Al netto delle iperboli, un fatto è verificabile: l’infermeria pesa, la continuità manca, e nelle rotazioni si paga dazio. L’eliminazione contro il Como, maturata ai rigori al Maradona, nasce anche da lì: energie ridotte, margini stretti, episodi decisivi.
C’è però un altro filo da tirare. Conte difende i suoi “oltre le potenzialità attuali”. Ricorda una trasferta recente, gli squalificati, chi è entrato a freddo per tappare un buco. Dettagli che spiegano perché il tecnico rifiuta discorsi di scudetto oggi: prima si mettono insieme i pezzi, poi si sogna. E qui, il suo “due-zerismo” non è nostalgia: è un modo per fissare l’asticella. Abbiamo già vinto? Sì. Possiamo rivincere? Solo se la realtà torna dalla nostra parte.




