Dopo Bergamo il Napoli alza la voce: non è solo un episodio. Il VAR diventa un tema di fiducia, e le regole finiscono sotto esame.
Il silenzio del Napoli, nelle ultime settimane, ha fatto più rumore di una conferenza stampa. La Serie A ha passato giorni interi a discutere di VAR, contatti, interpretazioni, audio e polemiche, mentre da Castel Volturno usciva solo prudenza. Poi è arrivata Bergamo e la linea si è spezzata. Non per capriccio, ma perché ormai il tema non riguarda più un episodio.
Atalanta-Napoli ha riaperto un fronte che sembrava già saturo. Il contatto in area, la decisione rivista, la lettura data in tv e nei programmi di approfondimento hanno trasformato una normale discussione da lunedì in una questione di sistema. E quando un club sente di essere stato penalizzato “non solo in questa occasione”, come riportato in queste ore, il passaggio successivo è quasi inevitabile: si va oltre la partita e si parla di regole.
Secondo quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno e ripreso anche da Il Mattino, Aurelio De Laurentiis avrebbe contattato Gabriele Gravina chiedendo di intervenire in tempi rapidi. Il punto, però, non è solo il Napoli. Il punto è che si lamentano tutti, e quando la protesta diventa trasversale la risposta non può restare una frase di circostanza.
La prima proposta è quella più “politica”: far gestire gli arbitri alla FIGC e non più alla Lega Serie A. In pratica si sposterebbe il baricentro istituzionale, rendendo più forte il controllo federale. È una richiesta che porta con sé un sottotesto chiaro: serve una regia unica e serve anche un responsabile riconoscibile, non una catena di competenze che si scarica addosso le colpe quando qualcosa va storto.
È una linea dura, perché tocca direttamente l’assetto dell’AIA e la percezione di autonomia del sistema arbitrale. Ma è anche una linea coerente con la fase: se la fiducia si erode, l’unica risposta credibile è mettere mano all’impianto, non solo agli episodi. E fra le proposte del presidente azzurro ce n’è anche una che sorprende un po’, perché pensavamo sarebbe stata sposata al 100%.
La seconda proposta, un po’ a sorpresa, è un no al VAR a chiamata, che sembrava una delle soluzioni più percorribili. Il riferimento è al Football Video Support sperimentato in Serie C, che avrebbe mostrato limiti evidenti. Tempi, gestione, aspettative. L’idea di “mezzo VAR” rischia di diventare un mezzo caos: non elimina le polemiche e aggiunge un nuovo livello di confusione.
La terza proposta è la più radicale e, in un certo senso, la più semplice da spiegare: stop al protocollo VAR che crea ambiguità, VAR sempre a disposizione per qualsiasi azione controversa. Tradotto: meno paletti, più possibilità di intervento, più monitor quando l’azione divide davvero. Il bersaglio non è la tecnologia. Il bersaglio è l’uso a corrente alternata della tecnologia.
In queste ore hanno fatto discutere anche le letture “ufficiali” arrivate in tv, come lo scempio fatto ad Open VAR da Dino Tommasi. Quando chi rappresenta il sistema difende le scelte senza ammettere nemmeno una zona grigia, il problema si amplifica. Perché il tifoso non chiede l’infallibilità. Chiede coerenza. E oggi la sensazione diffusa è che lo stesso contatto possa essere giudicato in modo diverso, a seconda del contesto, dell’arbitro, della giornata.
De Laurentiis guarda al modello inglese, dove la trasparenza e l’uniformità vengono presentate come un obiettivo dichiarato. Non è detto che sia un paradiso, ma è un riferimento chiaro: meno sfumature, meno interpretazioni “creative”, più prevedibilità. Nel calcio moderno la credibilità è un valore e non si compra a gennaio.
Il Napoli, dopo mesi in cui sembrava restare ai margini del coro, ha scelto di esporsi. Chiede una rivoluzione del VAR e, di riflesso, dell’AIA. Resta da capire se il sistema accetterà davvero di cambiare o se proverà a resistere, come spesso accade quando le critiche non arrivano da una curva ma da un tavolo istituzionale. Perché adesso il tema non è una singola partita: è la fiducia.