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Le dimissioni di Ancelotti sarebbero un moto di dignità

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Le dimissioni di Ancelotti sarebbero un moto di dignità, dopo lo scoraggiante 1-1 di Udine. E soprattutto, un atto di coraggio da parte dello stesso tecnico

Udinese Napoli
Udinese Napoli (Getty Images)

L’1-1 di Udine lascia in bocca un gusto amaro, ma ormai ben conosciuto. Nove partite senza vincere e punti regalati (in campionato) contro chiunque: Spal, Genoa, Bologna, Udinese e chi più ne ha, più ne metta. Il Napoli è allo sbando, ad un crocevia che ormai è diventato una rotonda. Perpetua e senza via d’uscita. La crisi azzurra è circolare, scaturita per azione e reazione da ciascuna delle parti e impossibile da spezzare senza eliminare almeno una di queste. Una crisi che scoraggia e che mostra il lato oscuro degli azzurri in tutta la propria essenza.

Lo scoraggiante pareggio di Udine ha ancora una volta confermato lo scollamento insanabile tra il Napoli Ancelotti. La scelta del tecnico emiliano (malignamente) è stata ben chiara: giocare con il vestito buono, con i miglior undici possibile per non dare alibi alla squadra. Di contro, l’atteggiamento in pantofole e l’anarchia tattica degli azzurri, hanno mostrato uno dei Napoli più imbarazzanti della storia recente. Novanta minuti che spingerebbero chiunque alle dimissioni. E per la sua dignità, speriamo anche Ancelotti.

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Le dimissioni di Ancelotti come atto di dignità e di responsabilizzazione del gruppo

Chiariamo subito: questa volta, bisogna abbassare i toni e fermarsi un secondo a pensare. E’ innegabile che Ancelotti abbia le proprie colpe in questo marasma: la sua incapacità nel legare e generare empatia (tecnica ed umana) con il gruppo è certamente una delle peggiori, sgretolando uno spogliatoio dimostratosi solidissimo durante il triennio sarrista. Come innegabili, d’altronde, restano le colpe della società (rea di aver dato il là alla faida interna, con le dichiarazioni di ADL su Mertens e Callejon e con il ritiro forzato, e di non aver sedato gli animi nel concilio del post-Liverpool) e dei calciatori (rei, invece, di essersi insubordinati alla società stessa e di aver fatto esplodere la rivolta, senza pensare alle conseguenze). Udine rivela quanto il Napoli sia ostaggio di un circolo vizioso, al quale si può rimediare soltanto con una terapia d’urto.

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Ancelotti deve dimettersi. E non perché sia un cattivo allenatore o il principale colpevole. Deve dimettersi perché lo spettacolo visto ad Udine racconta di una squadra non disposta a mettere da parte le proprie divergenze per salvare (o almeno provarci) una stagione delicata per gli azzurri. Né per la società, né per il proprio tecnico, né per i propri tifosi. Deve dimettersi perché la faida tra calciatori e presidente sta distruggendo dall’interno un ambiente costruito con anni e anni di intuizioni e lavoro duro. Deve dimettersi per salvare la faccia e responsabilizzare i calciatori, costringendo quest’ultimi a giocare ogni settimana con un approccio diverso. L’approccio di chi deve dimostrare di non essere lui stesso il problema di questo Napoli. Ancelotti deve dimettersi per dimostrare di essere Carlo Ancelotti. Un allenatore pluridecorato, tra i più vincenti della storia. E non certo lo zimbello di uno spogliatoio ormai ammutinatosi e incapace di prendersi le proprie responsabilità. Deve dimettersi per salvare sé stesso. E forse, se la buona sorte vorrà, anche il Napoli.