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Paolo Di Canio, l’esibizionista

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“Un ragazzo per bene Paolo Di Canio, non è fascista. Lo fa solo per i tifosi, non per cattiveria. Un bravo ragazzo, ma un po’ esibizionista” S.Berlusconi

 

Dalla Pro Tevere Roma alla Lazio, sull’onda dei successi e dei cartellini multicolor.

Paolo Di Canio ne ha fatta di strada e di gesti scorretti, per rimanere nella lista dei calciatori che hanno fatto la storia.

La Lazio, il suo eterno amore. Quell’amore viscerale ed incondizionato che l’ha portato, più di una volta, a dover dare spiegazioni per quel continuo gesto fascista rivolto verso la curva Nord.

Non supporto l’ideologia fascista, sono solo un uomo di famiglia, con valori semplici”, continuava a difendersi cosi, tutte le volte che gli veniva chiesta la motivazione di quel gesto.

Eppure, che fosse derby o campionato, quel cenno rivolto alla Curva tornava e con esso squalifiche e multe salate.

Dalla Lazio passa alla Juventus di Trapattoni, incontro fugace e scontri accesi con il Mister.

Il Trap non era facile da addomesticare, Di Canio era un mastino. Le liti, tanto frequenti, da costringerlo a chiedere di essere ceduto.

Dietro l’angolo, il Napoli di Lippi non se lo lascia scappare.

In maglia azzurra non è facile e l’avventura dura un solo anno.

Come una trottola, passa dal Sud al Nord, al migliore offerente.

Accetta la corte del Milan, ma ad accoglierlo un Fabio Capello non accondiscendente alle sue fughe, ai colpi di testa e ad i suoi comportamente scorretti in campo.

Durante la tournée in Oriente del Milan l’ennesima lite furibonda con il mister, dopo una notte trascorsa in giro a far baldoria.

Valigia pronta, destinazione sconosciuta, ma ancora per poco.

Arriva sul piatto l’offerta del Celtic, che accetta ad occhi chiusi.

Dalla Scozia all’Inghilterra, riceve il premio come miglior giocatore dell’anno e come esempio di FairPlay.

18 Dicembre 2000, Everton-West Ham.

Il portiere azzarda un’uscita al limite dell’area, piega male la caviglia e si accascia.

Nel frattempo, Trevor Sinclar, crossa al centro.

Il pallone arriva a lui, ed un rigore in movimento. Per giunta a porta vuota.

Ferma la palla con le mani e la rilancia sul fondo.

Lo stadio, tutto, esplode in un’ovazione.

Premio e lettera di encomio da Blatter.

Lo stesso Blatter, che venuto a conoscenza dei suoi continui saluti fascisti lo minaccia di sanzioni gravi.

Ma il Regno Unito non gli ha riservato solo belle emozioni.

Squalifiche rimediate sul campo, come ogni guerriero che si rispetti.

18 giornate per aver spinto, con forza e con determinazione, l’arbitro Paul Allcock quando militava nel Sheffield Wednesday.

Digrignava i denti e spalancava gli occhi, come se fosse posseduto.

Provare a replicare era impensabile, si rischiava di essere colpiti da una testata sulle gengive, senza la possibilità di reagire.

Nella sua biografia elogia la Lazio e il campionato inglese, che in 7 anni gli ha regalato emozioni e soddisfazioni.

Alla sua decisione di lasciare il calcio giocato, rispose “No. Io ho vissuto anni e vivo tuttora tempi in cui non posso stare senza il calcio, ma il mio futuro sarà fuori da questo mondo. Ristorazione, ecco l’altra mia grande passione”.

Si, certo, la ristorazione. Seduto sulla panchina del Sunderland, ovviamente.

Esonerato dopo poco tempo per i suoi continui battibecchi con i calciatori. Ora si diletta a fare il cronista e l’opinionista sportivo.

Il calcio non l’ha mai abbandonato.

Speriamo, invece, che abbia abbandonato la sua saccenza e la sua presunzione.

… Stay Tuned! Gli italiani, non sono poi cosi cattivi.

 
Di Anna Ciccarelli