PAPALE PAPALE – Lettera aperta ad Edinson Cavani: due parole prima dell’adieu

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Ciao Matador. E’ un saluto che non è ancora un commiato, perché prima che tu vada via credo di avere anch’io qualcosa da dirti ancora. Sì, anche io, io che dovrei giudicare solo le tue prestazioni e invece mi ritrovo coinvolto con te a livello sentimentale, come tutti gli altri tifosi. Io nun t’ho visto, t’ho vissuto, diceva Er Piotta quando tu eri poco più di un bambino che sognava il Real Madrid a Salto. Non è poco: per limiti anagrafici t’ho vissuto più di Maradona, che ho visto ed ho imparato ad amare solo dai libri, dalle videocassette, da quella felicità infantile e inconsapevole che può provare un bambino di 7-8 anni collezionista di figurine. Solo chi ha meno di trent’anni può capire di cosa parlo. Diego per me è Dio, quella perfezione ideale ma eterea che ti fa innamorare, sì, ma di un’idea, per quanto meravigliosa. Il tuo invece è stato un amore più terreno, più tattile, più fisico. Più maturo, insomma. E così voglio provare a lasciarti andare. 

Non prendertela con i miei concittadini, caro Edi. Perdonali per tutte le ingiurie, le accuse di tradimento e i gesti eclatanti. Chi ama non vuole sapere ragioni, non gliene frega un cazzo di qualsiasi parola tu possa cercare per sistemare la tua posizione. Sei un ragazzo intelligente e l’hai capito bene, limitandoti giusto al minimo indispensabile per occasioni del genere. Niente addii strappalacrime quanto ipocriti, nessuna smanceria né nel bene né nel male. Nessun bacio alla maglia, nessuna squadra dei sogni, nessuna leccata di cul parisien. Sei sempre stato così, schivo e poco avvezzo a qualsivoglia manifestazione pubblica. Proprio il contrario dei napoletani che ti hanno amato tanto: caciaroni, uterini, eccessivi. Così diversi eppure così vicini a te in quelle 104 scopate che gli hai regalato. Come puoi non amare una persona che ti fa venire più di cento volte? Ecco, perciò, non stupirtene se adesso ti odiano altrettanto. Ora ne dicono tante sul tuo conto, alcune anche parecchio ingiuste. Sarò un pazzo, sarò il solito Bastian Contrario, ma io non riesco a vederti come un mercenario. Certo, di soldi ne hai presi tanti, ma te li meriti tutti. Soprattutto meriti quei successi che forse in questo momento storico solo il denaro riesce a comprare, come dimostrano il Man City, il Chelsea e – perché no – anche il PSG. C’è chi non ha capito la scelta parigina ma avrebbe accettato un tuo passaggio al Chelsea come uno scatto di carriera. Ma dov’era il Chelsea qualche anno fa? Come ci è arrivato lassù? Con i dindi, e con i campioni pagati a peso d’oro illo tempore, come Drogba e Torres. E come te, che ora rischi di scrivere la storia di un club che non ha mai vinto e quindi se succede (grazie a te, ovviamente) non avrà altro Messia all’infuori di te. Guardacaso, come Napoli con Maradona. 

I napoletani dovrebbero ringraziarti e basta, perché hai lasciato loro centoquattro orgasmi, centinaia di ricordi e una bella sessantina di milioni nelle casse presidenziali. A Napoli non hai tolto nulla se non la tua straordinaria presenza, il tuo carisma silenzioso e quell’inverosimile – quasi inumano, quasi robotico – senso del gol. Li hai rispettati fino alla fine, e se non fosse stato per qualche parola estorta o tradotta male non avrebbero mai neppure saputo di quel sogno merengue che può essere proprio di ogni bambino che non è nato a Napoli e non è nato a Barcellona e non è nato a Manchester (e per chi dovevi tifare? per l’Ischia Isolaverde?). Sei andato via all’apice della tua parabola, non ci hai dato neanche una briciola di quel lato oscuro che è il retro della medaglia di ogni rapporto, quella fase calante inevitabile prima che le strade si dividano. Sei arrivato ad un passo dal Mito, nella metà del tempo che ha impiegato lui, e poi ti sei fermato lì. Forse proprio per non intaccare una figura così enorme, che mette soggezione solo a pronunciarne il nome. Forse perché sapevi che, pur superandolo nei numeri, non saresti mai stato come Lui, nei nostri pensieri. Neanche per chi ha visto Lui e vissuto te. Perché noi napoletani siamo così: per noi la Fede conta più dell’intellegibile, per noi l’odio vale quanto l’amore e ci vuole un secondo per passare dall’uno all’altro, e viceversa, come se un minuto prima non avessimo mai provato il contrario. 

In verità – devo confessartelo – nel mio cuore ti odio un po’ anch’io: ti ho odiato da morire quando ti ho visto sorridere con quella magliaccia in mano. Ma penso a quanto siamo stati bene e quindi non posso che augurarti tanta felicità, che il tuo PSG arrivi primo in Francia e secondo in Europa, perché davanti a noi non ti ci voglio vedere mai. Ti auguro di diventare il numero 1 nella storia del calcio a Parigi, perché stai pur certo che qui non lo saresti stato mai. E non preoccuparti per noi, staremo bene, magari vinceremo quello Scudetto che tu non hai saputo regalarci. Dobbiamo solo imparare ad essere felici senza di te. Come succede in amore, come succede in odio. Come non succede nella Fede. 

Ciao Matador. E stavolta è un adieu.  

 

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