Questo Napoli ha davvero perso ogni certezza?

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Cagliari, Brescia e Genk: nel giro di sette giorni il Napoli sembra aver perso ogni certezza. Oppure è un discorso che parte da ancora più lontano?

Genk-Napoli, Koulibaly (Getty Images)
Genk-Napoli, Koulibaly (Getty Images)

In sette giorni qualcuno ha creato l’Universo, mentre qualcun altro sembra aver perso ogni certezza. Cagliari, Brescia e Genk: tre partite che hanno mostrato un Napoli svagato e senz’identità, in una preoccupante involuzione rispetto alla sfida con il Liverpool. I motivi sono difficili da ricercare e circoscrivere. Così come i colpevoli. Un dato, però, resta certo: la formazione di Carlo Ancelotti sembra essersi smarrita in quello stesso calcio liquido che il tecnico emiliano aveva provato ad introdurre (riuscendoci in parte felicemente) durante la scorsa stagione.

Con il tempo, gli equilibri di questo Napoli si sono via via assottigliati e resi più fragili, complice l’innesto iperattivo e fin troppo coraggioso di tanti calciatori di stampo offensivo. E la splendida utopia di calcio di Carlo Ancelotti sembra essersi sciolta dinanzi al peso insostenibile dell’evidenza. Questa squadra pecca di continuità e i blackout stanno aumentando di frequenza con il passare del tempo. Un po’ per le caratteristiche degli interpreti, un po’ per la smania da turnover di Ancelotti, il Napoli sembra aver perso definitivamente le certezze accumulate l’anno scorso, smarrendo la retta via.

E’ una questione di turnover decision making: il Napoli e Ancelotti sono ad uno stallo

Ecco, allora, che nasce l’inghippo. Il Napoli di Ancelotti si basa su un principio cardine (e fin troppo inflazionato ultimamente): la fluidità. Spiegato al bar, il calcio posizionale pensato dal tecnico emiliano è un calcio che non si basa più sui semplici numeretti (4-3-3 o 4-4-2 per intenderci), ma su principi di gioco chiari e malleabili, che vanno a plasmare, di conseguenza, gli undici calciatori in campo in base a diversi fattori (il momento della partita, l’avversario di giornata, le scelte di formazione ecc. ecc.).

Soprattutto, a differenza della macchina sarrista, così perfetta e automatica nei suoi ingranaggi, il calcio liquido di Carlo Ancelotti prova ad esaltare l’imprevedibilità degli interpreti in campo che, oltre a dover essere bravi nel saper fare un po’ tutto, dovranno avere la capacità di compiere le scelte giuste. Il Napoli di Carlo Ancelotti, quindi, è un sistema che ha provato ad aggiungere una componente che sembrava mancare al Napoli di Maurizio Sarri: l’imprevedibilità. Fattore che può nascere soltanto quando la folta schiera di fantasisti azzurri viene lasciata libera di creare. E’ il decision making degli interpreti a fare la differenza, la capacità del singolo calciatore di compiere la scelta giusta, al momento giusto.

E a differenza di un anno fa, il Napoli sembra aver perso proprio questo. Il sistema di Carlo Ancelotti non è più solido in difesa e fluido in attacco ed è un bel rompicapo se la tua ambizione è quella di vincere qualcosa. Al di là della qualità espressa dai singoli (vedasi i cali preoccupanti di Allan e Koulibaly), la spasmodica voglia del tecnico emiliano di sperimentare e reinventare il proprio sistema, partita dopo partita, sembra aver tolto certezze anche a calciatori polivalenti, come Zielinski e Fabian Ruiz (per dirne due). E manifesto di questo disagio è il povero Lozano, che a Genk ha ritrovato confidenza con il gioco del calcio solo dopo essere stato spostato a sinistra, sua zona di competenza.

E’ indubbio, quindi, che la colpa potrebbe trovarsi nel mezzo, ma qualcosa inizia a puzzare. E la partita contro il Torino sarà molto, molto indicativa per capire se sia un problema di naso oppure ci sia realmente bisogno di cambiare aria.